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Sala 6 – Secondo Piano

La miniera a cielo aperto

Si arrivò presto agli anni di guerra. Anche in questa occasione le miniere incrementarono la produzione. Dal 1938 era stato chiamato a lavorare per la Società Mineraria l’architetto Leonardo Lusanna e si devono a lui alcuni brevetti e trasformazioni tecniche apportate agli impianti in questo periodo. Fino all’8 settembre del 1943 le miniere erano in attivo. La zona, militarmente controllata, continuava a produrre. Il passaggio del fronte nella terra di Cavriglia lasciò sangue e macerie e il bacino minerario fu duramente colpito: nel centro minerario di Castelnuovo dei Sabbioni i danni della guerra furono molti e gravissimi. Essi erano stati provocati principalmente dai bombardamenti degli alleati e dalle azioni distruttive operate dai guastatori tedeschi prima della ritirata. Anche l’area di Santa Barbara fu interessata da questi tragici eventi. Nel 1939 la Società Mineraria aveva iniziato la costruzione del villaggio minatori per ospitare i propri dipendenti, progetto affidato a Raffaello Brizzi. A causa della guerra il lavoro era rimasto in parte incompiuto. L’11 luglio due bombe, lanciate da un cacciabombardiere, colpirono in pieno la torre dell’acquedotto distruggendo la struttura.

Il 4 luglio del 1944 si compirono le stragi: civili maschi innocenti vennero uccisi nelle frazioni di Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto Valdarno, San Martino, Massa dei Sabbioni. Qualche giorno dopo, l’11 luglio, altri uomini caddero alle Matole, nei pressi di Castelnuovo. In totale le vittime furono 192 e fra loro i parroci Don Ferrante Bagiardi, il seminarista Ivo Cristofani, Don Giovanni Fondelli e Don Ermete Morini. La mattina del 4 luglio i paesi che si affacciavano sul bacino minerario vennero circondati, donne e bambini furono allontanati e gli uomini rastrellati. A Castelnuovo dei Sabbioni vennero radunati in piazza IV novembre di fronte al grande muro sul quale oggi si appoggia il sacrario, e qui mitragliati e poi bruciati; a Meleto dopo aver radunato le vittime nella piazza centrale, vennero divise in gruppi e portate in quattro aie poste alle estremità del paese. Tutti furono mitragliati e poi bruciati; a Massa dei Sabbioni le vittime furono uccise in tarda mattinata mentre alcune case furono incendiate; a San Martino, paese oggi non più esistente, le vittime furono uccise la mattina presto. L’11 luglio a Le Matole i nazisti rastrellarono altre 10 persone, uccise poi poco lontano. Oggi rimangono cippi, monumenti e lapidi a ricordo di quanto avvenne nel territorio e alla comunità cavrigliese. Uno di questi cippi ricorda anche il sacrificio di Nikolaj Bujanov, partigiano ucraino della Compagnia Chiatti morto l’8 luglio 1944 a 19 anni per salvare i propri compagni. Nel 1985 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare.

 

Il passaggio del fronte segnò la comunità: anni difficili nei quali la dilagante disoccupazione, la povertà e la necessità di ricostruire risultarono problemi ai quali era necessario rispondere e trovare soluzioni. L’apertura del libero mercato per la produzione di carbone aveva portato la Mineraria ad una profonda crisi. La Società si mosse inizialmente come aveva fatto in passato, licenziando 1000 dipendenti. Il decennio che va dalla fine della guerra all’approvazione del progetto Santa Barbara – metà anni Cinquanta – rappresenta un ulteriore momento difficile per il territorio: anni di grandi scioperi e manifestazioni ricordate ancora oggi, gestioni illegali e cooperative di minatori per salvare il lavoro.

 

L’escavazione a cielo aperto non era proprio una novità per le miniere di Cavriglia. Già all’inizio della produzione, nella seconda metà del 1800 si lavorava a cielo aperto. Poi arrivarono le gallerie. Durante il primo conflitto mondiale si aprirono nuovamente dei terrazzamenti e si iniziarono ad impiegare degli escavatori a benna mordente. Dal 1943 si era cercato di capire quali migliorie avrebbe apportato un progetto di escavazione a cielo aperto. La Società Mineraria aveva un progetto: riprendere sì la produzione ma presentarsi anche in modo competitivo sul mercato… e fu così che nacque il piano “Santa Barbara”, presentato al Governo italiano nel 1954 ed approvato l’anno successivo. Per progettare l’escavazione a cielo aperto fu incaricato l’ingegnere tedesco Otto Gold. Il progetto che porta il suo nome, analizzava numerosi aspetti del bacino proponendo di rendere il processo di coltivazione del banco completamente meccanizzato. Parallelamente si andava delineando l’idea di costruire una nuova centrale termoelettrica in grado di produrre energia attraverso l’impiego della lignite. Otto Gold era uno specialista nel settore, abituato alle miniere tedesche, dove il sistema “a cielo aperto” era già in uso. Arrivarono gli studi, arrivarono le mappe, arrivarono anche i pezzi delle grandi macchine che sarebbero state assemblate nei piazzali delle miniere. Le macchine erano di vario tipo e fra loro c’erano quelle che i minatori della zona amichevolmente soprannominarono “Bette”. Tecnicamente erano “escavatori per sterile della Krupp”. Le macchine furono assemblate in pochi anni tanto da entrare in funzione alla fine dei ‘50 ed erano qualcosa di grandioso, che in Valdarno non si era mai visto. Alte quasi come un palazzo di quattro piani esse si muovevano lentamente sul suolo per dirigersi nei luoghi nei quali avrebbe preso origine il sistema di escavazione a cielo aperto. Per capire esattamente di cosa stiamo parlando utilizziamo alcuni dati: una Betta pesava circa 1500 tonnellate. Era alimentata con corrente trifase a 6 kv, aveva 3 motori da 405 kw. La catena a tazze, quella che serviva per scavare, era composta da 44 tazze distanti tra loro 2.8 metri e dalla capacità singola di 1.00 mc. In un minuto riusciva a scaricare 24 tazze. Per muoversi usava 3 cingoli alimentati anch’essi a corrente. Il suo braccio di scarico era lungo 26 metri e la sua velocità di spostamento era di 2-6 metri al minuto… Bene di Bette in Valdarno ce n’erano due e poi altre macchine iniziarono a far loro compagnia: spanditori, altri tipi di escavatori, ruspe, cavallette e chilometri di nastri. La nuova centrale elettrica andò a sostituire quella di Castelnuovo. Il progetto esecutivo fu affidato alla S. A. Brown, Boveri & C alla quale si associò la S. A. Babcock & Wilcox. Il 50% della fornitura dei macchinari venne da industrie italiane come la Tecnomasio. Il progetto tecnico delle opere civili, ovvero la costruzione del fabbricato principale collegato alla caldaia e degli altri corpi di fabbrica necessari, nonché delle grandi torri di refrigerazione fu affidato all’architetto Riccardo Morandi. La centrale di Santa Barbara rappresenta una delle più grandi centrali attualmente in funzione in Italia.

La meccanizzazione dell’interno processo lavorativo modificò anche l’organizzazione del lavoro. Nelle miniere a cielo aperto il personale era minore rispetto alle miniere in galleria e gli stessi minatori iniziarono a chiamarsi operai. Arrivarono anche tute e caschetti e norme per la sicurezza sul lavoro.

 

“Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro…”, scriveva Ungaretti in San Martino del Carso. Del Sabbione, di Castelnuovo e dei paesi che si affacciavano sul bacino lignitifero non sono rimasti neanche quelli. Luoghi custoditi nella memoria dei più anziani, nomi che si ritrovano su vecchie mappe; un’ampia valle e un paesaggio lacustre si sono sostituiti alle colline, ai paesi, alle bocche di miniera e agli impianti che avevano contraddistinto questi luoghi per decenni. A guardarlo oggi il paesaggio della “valle delle miniere”, non ti accorgi di quanto sia mutato in poco tempo. Castelnuovo dei Sabbioni era un paese pieno di negozi e case. Al di sotto c’era la Dispensa, proprio di fronte alla miniera Bicchieraie. C’era il Basi, non lontano dal Neri di cui rimane solo il casermone, strano custode di ciò che fu, mentre il Ronco, scomparso anch’esso, era un paese con una chiesa e si divideva in due parti, quello di sopra e quello di sotto. C’era Bomba con la sua chiesa longobarda e la predella di Paolo Uccello, San Martino con la chiesa – fattoria dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze; Pianfranzese aveva un castello trecentesco, era appartenuto ai fratelli Franzese: “Biccio, Musciatto e Niccolò”, passati alla storia e alle cronache del tempo per le loro spericolate avventure. Nel comune di Figline si incontrava San Donato in Avane, il paese fatto di poderi e di case coloniche…

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