06 Mag 2020
category: luoghi , narrazione .

Santa Barbara: un villaggio per i minatori

Ai piedi dell’area mineraria di Cavriglia sorge un piccolo agglomerato di case chiamato in onore della protettrice dei minatori: Santa Barbara.  Il villaggio minatori cominciò a prendere forma alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, voluto dalla Società Mineraria del Valdarno per dare alloggio a chi lavorava in miniera e alle famiglie che si trovavano senza casa, proprio a causa dell’escavazione della lignite. In quegli anni, con la crescente richiesta di combustibili e materie prime, Santa Barbara non fu il solo villaggio minatori ad essere costruito, ne sorsero altri in Toscana, a Ribolla, a Niccioleta e Gavorrano ma anche in Sardegna (Carbonia e Rosas).

Prima della costruzione delle case-alloggi a Santa Barbara erano presenti due case coloniche. Quella chiamata “La Tinaia“, di proprietà della Società Agricola del Valdarno, fu poi trasformata negli anni ’60 del Novecento nell’oratorio della Chiesa del paese.  In origine era una cantina vinicola,  come suggerisce il nome tinaia, mentre le altre case coloniche – il nucleo del Mulinaccio –  erano di là dal fiume, o come si dice a Santa Barbara di là dal borro, che tocca la periferia del Villaggio. In questa zona, di proprietà della Società Agricola Valdarnese, fino ai primi anni 2000 vi erano gli uffici, i magazzini e la porcilaia che in tempo di guerra per un certo periodo ospitò dei piccoli cinghiali suscitando la curiosità dei bambini santabarberesi.  Dietro queste case passava la ferrovia, con i treni a vapore che portavano la lignite all’industria metallurgica di San Giovanni Valdarno, in prossimità degli uffici vi era anche un passaggio a livello con un piccolo edificio, un “casottino” dove lavorava Cioncolo, probabilmente soprannominato così per un’anomalia della camminata. Grazie ad una piccola stufa, il casottino, diventava il ritrovo invernale degli anziani. Altre due case erano dislocate nella parte a ovest di quello che poi diventerà il villaggio Santa Barbara, in località Bistino.

I lavori di progettazione del nuovo villaggio vennero affidati a Raffaello Brizzi, personaggio di spicco dell’architettura fiorentina, che ricoprì la Cattedra di Architettura presso l’Accademia di Belle Arti dagli anni ’30 del XX secolo e dove fondò la nuova Regia Scuola Superiore di Architettura di Firenze. Il progetto di Brizzi era molto ambizioso ed esteso e non venne mai del tutto completato. Il modello proposto vedeva una netta distinzione tra le aree degli alloggi dedicati ai minatori e quella per gli impiegati e i tecnici, in mezzo alle due aree sarebbe sorta negli anni ‘60 la chiesa e alcune attività come il cinema e la bottega dei generi alimentari.  Ancora oggi è possibile leggere nella struttura del Villaggio questa netta distinzione realizzata tramite l’asse viario principale che taglia in due il paese.  A sud, più vicino all’area mineraria, furono costruite le case dei minatori, che prevedevano alloggi identici di quattro – cinque stanze: cucina, salotto, una o due camera e un bagno. Il riscaldamento ovviamente prevedeva l’uso delle lignite, fornita ad ogni operaio gratuitamente dalla Mineraria . Le finestre delle abitazioni erano caratterizzate dai tipici stoini verdi, utilizzati al posto delle persiane e visibili ancora negli anni Novanta.

Nel 1941 i primi quattro grandi edifici previsti dal progetto erano pronti, due erano posti lungo la strada e gli altri due a sinistra della più moderna edicola circolare che ancora oggi ti accoglie all’ingresso del paese. Tra il 1941 e 1943 vennero costruiti altri undici blocchi di alloggi … ma come testimoniavano le fondamenta mai finite nei pressi di quelli che oggi vengono chiamati i giardini nuovi, non venne terminato il progetto di Brizzi probabilmente anche a causa del passaggio del fronte prima e della successiva crisi mineraria che travolse la vita dei minatori nel dopoguerra. A nord dell’asse viario principale invece si trovava la zona riservata agli impiegati e ai tecnici, ultimata all’inizio del 1944, sicuramente più verde e con un’architettura più elaborata e meno omogenea rispetto agli altri edifici. Qui venne realizzato il blocco ad ‘L’ circondato dal loggiato. Alla fine di questo edificio venne ricavato il primo spazio religioso del paese, una grande stanza di 30 x 20 metri dove i primi abitanti di Santa Barbara poteva ascoltare le funzioni religiose e partecipare a matrimoni e funerali senza recarsi alla chiesa del paese di San Cipriano.  Alla fine del loggiato e alla fine anche del viale alberato era presente una torre in mattoni con un arco, l’acquedotto. Esso costituiva l’accesso principale al paese. L’arco e la torre furono distrutti durante il passaggio del fronte e nei pressi dell’arco, a causa di un bombardamento, morì anche un soldato tedesco le cui spoglie rimasero per qualche anno sepolte all’ingresso del Villaggio per poi fare ritorno al paese d’origine.  La guerra fu pesante anche per questa frazione del Comune di Cavriglia e durante gli ultimi anni gli abitanti furono sfollati per dare alloggio alle truppe alleate, in massima parte composte da soldati sudafricani.  In molti ricordano però che i soldati di colore vennero mandati nelle capanne, dove i contadini teneva conigli e galline  mentre gli altri furono collocati nelle case degli operai. I soldati lasciarono il villaggio alla fine di giugno del 1945 e gli abitanti tornarono alle proprie abitazioni.

Santa Barbara, per quanto fosse uno dei centri più piccoli del Comune di Cavriglia, era provvista di tutto: la mensa per i minatori lontani dalla famiglia, il cinema, la parrucchiera per signore, il circolo ricreativo con l’Ardenza per ballare, la cooperativa di consumo dove acquistare i beni di prima necessità, l’edicola. Dal 1945 si aprirono anche l’asilo, gestito dalle suore salesiane e la scuola. Quest’ultima era composta da due classi miste con una quarantina di ragazzi l’una. La scuola rimase all’interno del villaggio fin al 1985 quando venne costruita la scuola “moderna” lungo la strada provinciale.

Nel 1963 venne infine realizzata la chiesa del paese con il campanile e il progetto venne affidato all’architetto Guido Morozzi sovrintendente delle Belle Arti di Firenze. La chiesa fu dedicata a Santa Barbara e al suo interno dietro l’altare venne posto un affresco staccato raffigurante la crocifissione di Cristo, attribuito da molti alla scuola di Andrea del Sarto. Esso proveniva dalla chiesa di Santa Lucia alle Corti e per un certo periodo era stato spostato anche nella cappella di San Niccolò in Pianfranzese.  Nel 1985 presso il loggiato della Chiesa di Santa Barbara venne posto un monumento ai caduti delle miniere realizzato per volontà del popolo santabarberese.  In anni recenti l’impianto originario del paese ha subito modifiche con la realizzazione di nuove case sul versante che guarda Meleto ampliandosi molto rispetto al progetto originario di Brizzi.

(G. Peri)


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